Pensioni, Quota 41 costa 4 miliardi verso la proroga delle regole attuali

!uota 41 si farà, ma per vedere l’assetto definitivo del sistema previdenziale si dovrà attendere forse la fine della legislatura. Al di là degli accenni che potrebbero essere contenuti nella versione definitiva del Documento di economia e finanza, il tema previdenziale non è al momento la priorità di un governo che da una parte deve mantenere fede al profilo di prudenza e responsabilità apprezzato da Bruxelles, dall’altro ha il problema di onorare una serie di impegni elettorali potenzialmente costosi, a partire dalla riforma del fisco. Così al momento il cantiere della previdenza sembra destinato a restare in sospeso, se non chiuso. Il problema naturalmente sono i soldi. Mandare in pensione, indipendentemente dall’età, tutti coloro che hanno 41 anni di versamenti contributivi costerebbe secondo le stime dell’Inps 4,3 miliardi il primo anno: un importo destinato a crescere gradualmente fino a 9 miliardi l’anno a regime. Decisamente troppi. Senza contare che l’incremento della spesa pensionistica sarebbe comunque un segnale politico in questa fase in cui si discute di nuove regole di bilancio europee, con la Germania intenzionata a esigere impegni concreti dai Paesi ad alto debito come il nostro.

La riforma però resta nell’agenda di legislatura. In particolare per la Lega si tratta di una battaglia caratterizzante e dunque di una bandiera che non può essere ammainata. E uno schema di questo tipo in un orizzonte temporale più lungo potrebbe essere una moneta da spendere nel confronto con i sindacati, che hanno sempre mostrato interesse per l’uscita contributiva secca, con requisito accorciato rispetto a quello dell’attuale pensione anticipata. Si tratterà di verificare se e quando si potrà trasformare in una soluzione praticabile. A questo punto cosa succederà nel 2024? L’ipotesi più probabile, emersa già nelle settimane scorse, è una proroga più o meno esplicita dell’attuale “Quota 103” ovvero la possibilità di lasciare il lavoro con 41 anni di contributi avendone però 62 di età. Si tratta di una combinazione che riguarda un numero tutto sommato contenuto di potenziali pensionandi, perché il requisito di età taglia fuori tutti coloro che hanno iniziato a lavorare presto. Inoltre una parte della platea è stata comunque già svuotata dalle opzioni precedentemente in vigore come Quota 100. Conseguentemente, il costo per il bilancio pubblico risulta gestibile. Le avvisaglie dello stallo erano già percepibili da tempo. I tavoli tematici con i sindacati sono stati di fatto sospesi e nel frattempo è stato istituito dal ministero del Lavoro un Osservatorio sulla spesa previdenziale che si dovrebbe concentrare su ipotesi meno costose; come quelle che guardano alla staffetta generazionale, ovvero a forme di uscita accompagnate dall’ingresso di lavoratori giovani. Meccanismi di questo tipo per la verità sono stati a varie riprese introdotti nel nostro ordinamento, senza particolare successo.

Già con la legge di Bilancio l’attuale esecutivo si era preoccupato di contenere la spesa pensionistica intervenendo però non sulle regole di uscita ma su quelle relative alla rivalutazione degli assegni già in essere, che sarebbe risultata particolarmente onerosa a seguito dell’impennata dell’inflazione e della necessità, stabilita dalla legge, di adeguare gli assegni. La rivalutazione del 7,3 per cento (inferiore peraltro al tasso di inflazione effettiva) è stata riconosciuta solo alle pensioni di importo fino a 2.100 euro lordi mensili, mentre quelle più alte hanno avuto un recupero via via più parziale. Il risparmio per lo Stato è stato quantificato in dieci miliardi solo nel triennio 2023-2025.

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