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ROMA – Quando si arriva al dunque della crisi senza sfiducia, appare chiara – si fa per dire – anche la richiesta dei partiti riottosi: avere a palazzo Chigi un premier à la page, un Draghi che non sia Draghi. Il presidente del consiglio, cioè, dovrebbe dedicarsi al ‘lavoro sporco’, a cominciare dalla legge di bilancio e dai decreti delegati del Pnrr. Ma non deve azzardarsi a toccare le riforme, a cominciare da quella del fisco e della concorrenza, che proprio al Pnrr servono. Ma è un’impresa improba anche per i funanbolismi della politica votare Draghi a patto che non faccia Draghi. Ma tant’è, è questo lo stato della discussione al Senato. Tanto più che i due terzi degli italiani la crisi non la vogliono. “Cambio di passo, discontinuità”, invocano M5s, Fi e Lega, senza arrivare ad annunciare un voto contrario al governo. “Voteremo solo la nostra risoluzione per un governo Draghi profondamente rinnovato e senza i M5s”, dice il centrodestra. E il M5s, con Ettore Licheri: “Noi non chiediamo poltrone come ha fatto la Lega. Noi non chiediamo rimpasti. Chiediamo solo di poter dare risposte ai nostri cittadini, e non le abbiamo mai fatto mancare la nostra lealtà”, dice il senatore rivolto a Draghi.

Di fronte al paradosso di una sfiducia solo vagheggiata, tocca a Draghi fare chiarezza. Questa mattina ha chiesto un “sostegno ampio e convinto”. Ma dove si ferma l’asticella dell’unita’ nazionale? Difficile dirlo. Non votare la fiducia senza tuttavia votare contro la fiducia potrebbe non bastare. Draghi non ha intenzione di navigare a vista con un governo della non sfiducia, come l’Andreotti III che dal 1976 al 1978 si mantenne in piedi grazie alla non sfiducia dei comunisti. Ma se M5s e Lega non gli votassero contro, e ottenesse comunque una fiducia dell’aula col voto degli altri, il premier potrebbe confermare le dimissioni con Mattarella che potrebbe chiedergli di restare in carica per i provvedimenti piu’ urgenti. Al governo non sfiduciato toccherebbe attendere alla legge di bilancio e ai decreti delegati in piena campagna elettorale. Con una differenza non da poco: che i partiti in questo caso non toccherebbero palla. Lo scenario e’ circolato a Palazzo Madama, come ipotesi di scuola. Non e’ per niente convinto, infatti, il diretto interessato. Per Draghi non ci sono subordinate al sostegno “ampio e convinto” della maggioranza parlamentare di unita’ nazionale. L’assenza di alternative, semmai, puo’ lasciare intravedere qualche spiraglio per il voto a favore del governo da parte di larghe frange di dissidenti nei partiti riottosi. Se Fi, Lega e M5s si spaccassero, allora, il sostegno piu’ o meno ampio potrebbe prodursi per via politica. Ma questa sarebbe un’altra storia. (Rai/ Dire) 16:54 20-07-22 NNNN

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