Ha tenuto per ultimi i numeri più “pesanti” la Settimana italiana della Finanza sostenibile, promossa dal Forum per la Finanza Sostenibile (Ffs), che ieri a Roma presso l’Inps ha celebrato l’ultimo giorno di un’edizione partecipatissima, con tredici eventi e presenze quasi doppie rispetto al 2017. Numeri pesanti perché riguardano una delle categorie più importanti di investitori istituzionali, i fondi pensione. È stata infatti presentata una ricerca sullo stato dell’arte delle politiche di investimento sostenibile e responsabile (Sri) degli investitori previdenziali italiani, realizzata da Ffs e Mefop (la società del ministero dell’Economia per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione) in collaborazione con Mondo Institutional. Uno studio ormai giunto alla quarta edizione (la prima nel 2015) che ha analizzato il livello di integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (Esg, nell’acronimo inglese) nei processi d’investimento degli operatori previdenziali. I risultati di quest’anno confermano la tendenza di un progressivo aumento dell’attenzione, e del coinvolgimento (il tasso di risposta ai questionari d’indagine è aumentato del 6%), in riferimento all’adozione di politiche d’investimento Sri. Tuttavia c’è ancora un certo ritardo rispetto a quello che accade nei Paesi da questo punto di vista più evoluti. Si continua a viaggiare, insomma, su un percorso di sviluppo, ma manca quello scatto che permetterebbe di allinearsi con il gruppo che fa l’andatura. L’analisi ha considerato i primi dieci piani previdenziali, per dimensione del patrimonio in gestione, all’interno delle categorie individuate da Casse di previdenza, Fondi pensione negoziali, Fondi pensione aperti, Piani individuali pensionistici e Fondi pensione preesistenti. Un totale di cinquanta operatori, il cui patrimonio complessivo in gestione sfiora i 170 miliardi di euro. Governane, politiche d’investimento, attuazione delle politiche e trasparenza le quattro aree indagate. Nel confronto fra categorie, i fondi pensione preesistenti risultano i più attivi, davanti ai fondi pensione negoziali, mentre le meno sensibili in media sono le Casse di previdenza, sebbene il numero di quelle che applicano strategie Sri sia leggermente cresciuto. Il 63% dei rispondenti dichiara di applicare politiche Sri a più della metà del patrimonio in gestione, con il 56% che arriva ai tre quarti. Il rispetto di convenzioni e standard internazionali è la strategia Sri più diffusa, davanti alle esclusioni di settori e attività controverse, mentre gli investimenti a impatto sociale sono quelli più in crescita. A livello di motivazioni che spingono all’adozione di strategie Sri, prevale la volontà di contribuire allo sviluppo sostenibile, davanti alla mitigazione dei rischi reputazionali. Resta però ancora minoritario (16 su 43 rispondenti) il numero di forme previdenziali che dichiarano di adottare politiche Sri. Un salto in avanti decisivo sarà probabilmente indotto dalla spinta normativa e regolamentare. ll riferimento è ad esempio al Piano d’azione sulla finanza sostenibile in discussione a livello europeo, dove si parla dell’integrazione dei criteri Esg come parte dei doveri fiduciari degli investitori previdenziali. Ma non solo: «Nei prossimi mesi sarà cruciale — ha sottolineato Pietro Negri, Presidente di Ffs — il recepimento della Direttiva europea Iorp II (relativa alle attività e alla vigilanza degli enti pensionistici aziendali o professionali, ndr) e della Direttiva europea sui diritti degli azionisti, che valorizzano il ruolo degli investitori istituzionali nell’orientare le politiche delle aziende ai temi della sostenibilità socio-ambientale attraverso il dialogo e l’esercizio del diritto di voto».

FONTEAvvenire
CONDIVIDI